Negli ultimi anni si è diffusa un’idea pericolosa e fuorviante: che la carenza di medici e infermieri nelle zone di confine sia dovuta al personale sanitario che sceglie di lavorare in Svizzera. Una narrazione comoda, che individua un capro espiatorio immediato, ma che non regge alla prova dei fatti.
Il vero problema: il Servizio Sanitario Nazionale
La crisi della medicina territoriale e ospedaliera in Italia ha radici profonde: pensionamenti di massa non compensati da nuovo personale, imbuto formativo che blocca migliaia di giovani medici, stipendi non competitivi rispetto alla media europea, turni massacranti e condizioni di lavoro poco attrattive. Questi elementi, e non i frontalieri, hanno messo in ginocchio il sistema sanitario nazionale.
I numeri sono impietosi: in Lombardia mancano oltre 900 medici di medicina generale, e solo nella provincia di Como circa 30.000 cittadini sono già senza un medico di base. La tendenza non accenna a fermarsi: nei prossimi cinque anni, a livello nazionale, circa 21.000 medici di base andranno in pensione, e il ricambio non è sufficiente a coprire il fabbisogno.
I frontalieri non sono la causa, ma un effetto
Medici e infermieri che scelgono di varcare il confine lo fanno perché in Svizzera trovano stipendi più adeguati, un migliore equilibrio tra vita privata e professionale, strutture più moderne e un riconoscimento sociale che spesso in Italia manca. Invece di accusarli, sarebbe più onesto chiedersi perché il nostro Paese non sia in grado di offrire loro le stesse opportunità.
Numeri che parlano chiaro
Tra il 2018 e il 2021, circa 2.500 medici e 2.300 infermieri italiani hanno scelto di trasferirsi in Svizzera. Oggi, in Canton Ticino, circa il 25% del personale sanitario proviene dall’Italia. Questo flusso non è nato dal nulla, ma da decenni di scelte politiche che hanno progressivamente ridotto investimenti, tagliato posti letto, precarizzato contratti e bloccato i concorsi.
L’Italia forma ottimi medici e infermieri, ma non li trattiene: la Svizzera li accoglie, l’Italia li perde.
Il paradosso della colpa rovesciata
Accusare i frontalieri di “rubare” risorse alla sanità di confine è un paradosso. Sono lavoratori che portano avanti la loro professione con dedizione, spesso rientrando ogni giorno nelle comunità italiane dove vivono e spendono. Non sono loro a impoverire il sistema, ma un SSN che non riesce a valorizzarli.
La strada da seguire
Se davvero si vuole fermare l’esodo dei professionisti sanitari, servono interventi strutturali:
- retribuzioni più adeguate e concorrenziali con i Paesi vicini
- riduzione della precarietà contrattuale
- aumento delle borse di studio e dei posti nelle scuole di specializzazione
- migliori condizioni di lavoro negli ospedali e sul territorio
I frontalieri non sono il problema, ma il sintomo di un malessere più grande. Puntare il dito contro chi cerca condizioni di vita e lavoro migliori non risolve nulla: serve piuttosto il coraggio di ammettere che la vera responsabilità della crisi della sanità di confine è del Servizio Sanitario Nazionale. Solo con investimenti seri e riforme strutturali potremo restituire dignità al sistema e garantire cure adeguate ai cittadini, senza passare dalle tasche di altri lavoratori.

